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LA TERRA NON SI TASSA !!!

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Apprendiamo, sempre e solo, dal comunicato del sindaco Ruscigno che, molto probabilmente l’IMU Agricola non dovrà essere pagata.

NE PRENDIAMO ATTO CON GRANDE SODDISFAZIONE, anche perché ci eravamo impegnati sia a livello locale che nazionale affinché ciò avvenisse.

RITENIAMO, inoltre, pura propaganda le affermazioni finali del Sindaco dove indica come speculatori quelli che si erano mossi per non pagare l’IMU, come giustamente avvenuto.

Se Ruscigno ritiene che ogni critica o proposta sia speculazione, sciacallaggio e l’unica proposta che ci presenta è di tacere sempre e su tutto, crediamo che in valsamoggia la democrazia abbia le gambe veramente corte.

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ANCHE FAMIGLIA CRISTIANA APPOGGIA INSIEME A DON LUIGI CIOTTI LA PROPOSTA DI LEGGE SUL REDDITO DI CITTADINANZA. E IL PD DELLA VALSAMOGGIA?

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Il reddito di cittadinanza è – insieme alla riforma Rai –  il calumet della pace offerto da Grillo a Renzi per aprire il dialogo tra Governo e Cinque Stelle. Per la verità si tratta di un termine improprio. Il reddito di cittadinanza infatti prevede un vitalizio per tutti gli italiani, dalla culla alla tomba e costerebbe allo Stato tra i 90 e 100 miliardi l’anno.  Un’ utopia bella e buona (e  infatti non esiste in nessuna parte del mondo). Oltretutto spingerebbe molti italiani a non cercare più lavoro, perchè, come disse una volta la Fornero, “se vi dò il reddito, voi vi sedete a mangiar pastasciutta e non lavorate”. Per non parlare della tradizione italica mai sopita, soprattutto al Sud ma non solo, del lavoro nero e del doppio lavoro.

In realtà la proposta di Grillo – contenuta  nel disegno di legge della senatrice del Movimento Nunzia Catalfo in discussione presso la Commissione Lavoro – si dovrebbe chiamare reddito minimo garantito. Un meccanismo del Welfare esistente in tutti Paesi dell’Occidente (con l’eccezione di Grecia e Ungheria). Svista o ambiguità voluta? Chissà, forse la seconda ipotesi, poiché il trucchetto semantico  allude alla possibilità che ne possano fruire tutti i cittadini italiani. Ma così non è. Si tratta infatti di un reddito di base rivolto a chi perde il lavoro e a chi non lo raggiunge. La somma dipende dal numero di figli e da altri fattori: mediamenti si aggira sui 780 euro al mese. Il pericolo “pastasciutta” evocato dalla Fornero non esiste, o quantomeno verrebbe attenuato,  perché chi non accetta i lavori che gli vengono offerti dalle apposite agenzie per l’occupazione, perde il diritto al reddito. Forse molti verrebbero dissuasi dall’andarselo a cercare, il lavoro, ma le norme prevedono che il disoccupato non se ne stia con le mani in mano, ma svolga servizi socialmente utili. Il provvedimento ha una sostenibilità sopportabile che si aggira sui 15, 5 miliardi l’anno. La platea degli aventi diritto è di 9 milioni di persone, non certo di 40 come prevede l’utopia del reddito di cittadinanza.

Come finanziare il reddito minimo garantito? Grillo propone di attingere a 9 miliardi di risparmi sulla spesa pubblica, 1, 2 miliardi di tassazioni sulla società petrolifere e una patrimoniale per chi possiede immobili sopra i due milioni di euro che dovrebbe portare nelle casse pubbliche altri 4 miliardi, più un prelievo progressivo sulle pensioni eccedenti da 6 a 50 volte il minimo (fruttando 740 milioni l’anno). Ma altre risorse arriverebbero da tagli di sgravi all’editoria e alle banche e ai fondi “inoptati” dell’Otto per mille, vale a dire quei fondi che non vengono destinati a Stato o Chiese con la firma e che oggi vengono ripartiti proporzionalmente.

Ma al di là del dibattito su come sostenerlo e delle ambiguità, resta il fatto che Beppe Grillo ha posto al centro della scena politica un provvedimento importante e necessario per mettere un argine a una vera e propria emergenza sociale. Non è un caso che il leader di Libera don Luigi Ciotti abbia voluto incontrare Grillo per prendere in considerazione e conoscere un o’ più nel merito la sua proposta. Il reddito minimo garantito doveva essere il secondo pilastro su cui doveva poggiare la riforma del Jobs Act. Così non è stato. Renzi ha chiuso con grande squillo di trombe la parte relativa agli incentivi per assumere e alle tutele ma si è dimenticato di chi ha perso il lavoro, la seconda gamba del Jobs Act. Una mancanza grave da parte del Governo che ha messo in campo una riforma zoppa. Per questo la proposta di Grillo è doppiamente meritoria, da opposizione (finalmente) costruttiva.

Federico Anfossi (Famiglia Cristiana, 5 marzo 2015)

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LA RISPOSTA DEL PD RENZIANO…

“Il M5S ha presentato una proposta di legge sul reddito di cittadinanza per quasi 10 milioni di italiani, con coperture economiche chiare e certe. Ora però i democratici dovranno spiegare come mai la prima proposta concreta per aiutare economicamente le famiglie in difficoltà porta la firma di un Movimento entrato in Parlamento solo due anni fa, mentre il Pd, che in questi palazzi ci sguazza da sempre, non ha mai fatto nulla. Per togliersi dall’imbarazzo, è stato sguinzagliato il responsabile economico del partito, Filippo Taddei. Dalle sue parole si capisce che siccome il Pd e il governo Renzi non hanno saputo/voluto fare una legge sul reddito di cittadinanza, allora non deve farla nessun’altro: “Il reddito minimo di Grillo è solo propaganda. Dobbiamo valutare la fattibilità delle proposte e non solo i desideri. E questa proposta non è praticabile. Fare una proposta che è impossibile non condividere ma che non è credibile, è semplicemente una provocazione
Taddei ha gettato fango sulla proposta del M5S pur di mettere i bastoni tra le ruote a un provvedimento che potrebbe raccogliere in Parlamento il consenso di molti e fare uscire milioni di italiani dalla disperazione.
Taddei parla di propaganda, ma dov’era quando il suo governo dava i famosi 80 euro in busta paga, utili solo a vincere le elezioni e non a rilanciare i consumi e a tutte le balle renziane puntualmente disattese dalla realtà? Non è forse questa la vera propaganda? Se il reddito di cittadinanza è propaganda, allora è propaganda anche quella fatta in Francia, o in Germania, o in Olanda e nel resto dei Paesi europei, fatta eccezione per la Grecia e l’Ungheria, uniche a non avere una misura assimilabile al reddito di cittadinanza.
La nostra proposta per il reddito di cittadinanza costa all’incirca 15 miliardi di euro coperte da voci di spesa inutili: se Renzi per vincere le elezioni con il trucco degli 80 euro ne ha trovati 10, allora il Parlamento ha l’obbligo morale di trovare quelli necessari a combattere la povertà delle famiglie italiane.
Le nostre coperture finanziarie – che Taddei reputa ‘sbagliatissime‘ – sono state ritenute ammissibili dalla Commissione Bilancio del Senato in sedi di esame della Legge di Stabilità. Se Taddei non fosse intellettualmente disonesto, saprebbe che in Commissione si può discutere e si può arrivare ad un accordo tra le varie forze politiche anche sulle coperture. Noi siamo disposti a farlo, perchè la nostra priorità sono i cittadini e non gli investitori stranieri che ha a cuore Taddei a cui svendere le aziende italiane.
La verità è che Taddei, l’economista a cui il Miur negò persino l’abilitazione a docente, piega le sue idee in base all’opportunità del momento. Quando era consigliere economico di Pippo Civati gli faceva comodo sostenere la necessità di un reddito di cittadinanza; oggi che è salito di grado, diventando uno dei lacchè di Renzi, ha cambiato velocemente idea. Ci vediamo in Parlamento.”

Nunzia Catalfo, portavoce M5S Senato

PIANO PIANO I NODI VENGONO AL PETTINE…

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Fabio Federici, presidente della Strada dei vini e dei sapori “Città Castelli Ciliegi”, continua a strepitare a mezzo stampa contro l’uscita dalla Strada dei comuni modenesi. Il comune di Vignola, in effetti, ha già deliberato il recesso dalla Strada (pdf). Spilamberto e Castelvetro hanno annunciato analogo provvedimento. Savignano già non aveva rinnovato l’adesione nel 2013. Tanta insistenza del presidente della Strada potrebbe risultare a qualcuno inspiegabile. E’ bene, dunque, fornirne un’interpretazione.

Pochi giorni fa, sempre sulla stampa (vedi), Federici stesso ha ammesso l’esistenza di un “buco” di (almeno) 800mila euro nel bilancio della Strada (al 2008, dice Federici; non è dato sapere, però, qual è la situazione attuale). Situazione di cui sarebbe responsabile la gestione precedente alla sua (anche se qualche componente della passata gestione è pure nell’attuale consiglio). Ovviamente Federici si dimentica di dire all’opinione pubblica ed ai cittadini di questo territorio chi è chiamato a pagare per il risanamento della Strada. In realtà lo rivela con gli strepiti di questi giorni: evidentemente i 105mila euro pagati annualmente dai comuni di parte modenese non sono solo il giusto pagamento per “servizi” forniti dalla Strada in termini di marketing territoriale, ma includono anche una quota a servizio del debito. Questo, plausibilmente, è il vero motivo di tanto strepitare contro il recesso del comune di Vignola (oggi non più a guida PD) e degli altri. Venendo meno l’adesione di questi comuni, viene meno chi finanzia, sotto la copertura di servizi acquistati, il ripianamento del debito accumulato in anni di mala gestione. Altrimenti non si spiega tanto strepitare. E non si spiega neppure come possa avvenire in pochi anni il ripianamento di un debito di 800mila euro. Insomma, nella storia della locale Strada dei vini e dei sapori c’è praticamente di tutto, tranne la chiarezza.

In effetti nella tribolata vicenda della Strada dei vini e dei sapori “Città Castelli Cilegi”, originata nel 1999 (vedi), troviamo diversi elementi che non solo si configurano come malagestione dal punto di vista economico (un “buco” di 800mila euro prodotto in pochi anni), non solo evidenziano una drammatica sottovalutazione dei requisiti di risanamento, ma evidenziano anche l’incapacità di impostare un adeguato dispositivo di governance (ovvero un adeguato sistema di indirizzo-controllo-rendicontazione nel rapporto tra la Strada e la principale “committenza”: gli enti locali):

  • Ad oggi non sappiamo ancora quali comportamenti (solo “errori” di gestione? anche malaffare?) sono all’origine del “buco” di 800mila euro. La cosa ha una sua importanza, visto che dal chiarimento di questo punto dovrebbe conseguire chi chiamare a “pagare” per il “buco” (gli amministratori del passato? chi ha fornito loro copertura politica?).
  • Ad oggi non sappiamo nulla di preciso circa l’entità del “buco” (una cosa sono le parole alla stampa, un’altra i documenti ufficiali: del “buco” non si parla in nessuno documento ufficiale!), circa le caratteristiche dell’eventuale programma di risanamento (plausibilmente indebitamento con istituti bancari e restituzione del prestito spalmato su più annualità), circa la sua efficacia (sta funzionando?).

Questi due primi punti chiamano in causa la responsabilità dell’attuale presidente, Fabio Federici, che ha accettato di operare per il “rilancio” della Strada in una condizione di opacità, senza fare chiarezza (verso gli enti locali e l’opinione pubblica) sulle responsabilità del dissesto e sulle condizioni di risanamento. Per questo possiamo osservare che la Strada è stata affossata due volte: prima dagli anni di mala gestione; poi dalla non volontà di fare chiarezza e di rinnovarne l’impianto, però nella trasparenza (vedi).

  • Ad oggi, infine, manca un adeguato sistema di governance che leghi la Strada (quale “mezzo” di promozione territoriale e dei prodotti del territorio) alla committenza (in primo luogo gli enti locali, visto che questi hanno uno status particolare nella compagine sociale). Serve, in questo come in tutti i casi di “esternalizzazione” di funzioni e servizi, un circuito puntuale e trasparente di indirizzo, controllo, rendicontazione. Serve, ad esempio, un atto annuale di indirizzo che precisi gli obiettivi che gli enti locali (e gli altri soci) assegnano a consiglio e presidente (in modo pubblicamente controllabile). Serve, inoltre, un sistema di controlli periodici che consenta, anche qui in modo trasparente, di verificare l’andamento economico e l’approssimarsi agli obiettivi trimestre dopo trimestre. Serve, infine, un documento annuale di rendicontazione in cui si mostri – con i dati! – il raggiungimento o meno degli obiettivi e, più in generale, si rappresenti la performance dell’ente. Tutte cose che non ci sono e di cui l’attuale presidente e l’attuale consiglio portano una parte non piccola di responsabilità.

Per questo sono “lacrime di coccodrillo” quelle che con insistenza Federici riversa sull’opinione pubblica tramite la Gazzetta di Modena. E per questa serie di motivi l’uscita dei comuni modenesi è l’epilogo ineluttabile di questa tribolata (e opaca) vicenda.

Andrea Paltrinieri (blog “AmareVignola”)