IL FATTORE O COME ONESTA’

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Toh, i 5Stelle di Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano, 7 aprile 2015.

Ogni tanto i padroni dell’Italia e la stampa e le tv al seguito decidono che i 5Stelle sono morti e si può tornare ai bei tempi del finto bipolarismo, quando destra e sinistra si alternavano al governo, l’una per fare più o meno le stesse cose dell’altra, che intanto fingeva di opporsi. Poi un’elezione, una manifestazione, un sondaggio li riporta alla triste realtà: il M5S è sempre vivo, anzi rimane largamente il secondo partito, l’unico che non perde consensi, anzi ultimamente ne guadagna. E allora fingono di cadere dal pero: “I 5Stelle risalgono a sorpresa”. In effetti è sorprendente che la forza politica più ignorata e massacrata dai media, i quali ne parlano solo per segnalarne gli errori e le divisioni (com’era accaduto solo alla Lega delle origini e a Di Pietro), sia ancora lì sopra il 20%, mentre gli altri (sempre in tv a pavoneggiarsi e a farsi elogiare) calano o franano? La Banda Larga, sotto la regìa di Renzi, sperava di aver trovato in Salvini il caterpillar spazza-Grillo, infatti ne ha fatto per mesi un gigante mediatico, che però s’è già mezzo sgonfiato dopo il pieno di consensi.

L’ultimo sondaggio Ipsos pubblicato da Nando Pagnoncelli sul Corriere è illuminante: il Pd perde 1 punto su febbraio e 5 sulle Europee di maggio 2014; il M5S guadagna l’1,5% su febbraio e 0,2 sulle Europee; la Lega Nord è stabile da tre mesi al 13,7, ma ha più che raddoppiato il dato europeo grazie alla tournée televisiva e cartacea dell’altro Matteo; FI è al 13,5, ferma da gennaio e 3,5 punti sotto il minimo storico delle Europee; in lieve crescita Fratelli d’Italia al 4; fermi i centristi di governo, divisi fra Ncd (2,2) e Udc (2,5), che – se si votasse con l’Italicum e non si unissero – verrebbero aboliti dalla soglia del 3%; Sel è al 3,6%, in calando, priva del valore aggiunto di Tsipras che un anno fa la portò sopra il 4. Fermo restando che i sondaggi hanno un valore indicativo, specie col 35% di astenuti dichiarati, proviamo a spiegarli secondo la nostra opinione.

Pd(R). La luna di miele che ha accompagnato Renzi nei primi mesi del governo, e che spiegava lo storico boom europeo del 40.8% col voto di scambio degli 80 euro, è finita. Il che non toglie che il premier sia ancora molto popolare e che il Pd sia l’unico partito rimasto in piedi, con un elettorato partecipe e molto migliore dei suoi dirigenti. Ma più passa il tempo, più aumenta lo spread fra le promesse di Renzi e la dura realtà dei fatti e dei numeri. È inevitabile, per chi governa, spaccare gli elettori e scontentarne qualcuno. In più gli scandali che screditano i partiti non sono più attribuibili in esclusiva alla vecchia guardia Pd, come Expo e Mose. Ma coinvolgono sempre più spesso i riciclati sul carro renziano: da Roma Capitale a Ischia-Cpl. I sacrifici rinviati a babbo morto (con furbate come le clausole di salvaguardia nella finanziaria, che rimandano le nuove tasse a fine anno) e i nuovi tagli ai comuni (con rivolta dei sindaci, renziani inclusi) sono tutti nodi che stanno per venire al pettine e fanno prevedere un ulteriore calo dei consensi. Se poi la bullaggine di Renzi su Italicum e Senato spingesse i dissidenti alla scissione, il 35% si rivelerebbe per quello che è: un dato drogato dalla presenza nel Pd di due partiti ormai estranei fra loro. Una fuoriuscita della sinistra interna verso la Coalizione sociale di Landini (con quel che resta di Sel, in via d’estinzione per l’abbraccio mortale con la salma politica di Vendola) potrebbe valere un 10% e trasformare ufficialmente il Pd in PdR: il Partito di Renzi sul 25%, appena sopra M5S.

FI, LN, FDI E CENTRINI. Checché ne dicano Salvini e i “moderati” berlusconiani, alle prossime elezioni – sempreché passi l’Italicum col premio alla prima lista – il centrodestra farà un listone FI-Lega-FdI-frattaglie varie. Che già oggi, senza l’effetto moltiplicatore della macchina mediatica di B., assomma a un 31%, senza contare l’eventuale apporto degli aspiranti leader Passera e Marchini. Alfano e il suo lombrosario di inquisiti e anime morte, dall’alto del loro 2,2%, non potranno dettare alcuna condizione, solo elemosinare qualche strapuntino.

M5S. Le espulsioni e l’emorragia spontanea di deputati e senatori non han lasciato traccia fra gli elettori, vista soprattutto la fine miseranda di alcuni fuoriusciti. Le divisioni interne a Pd, FI, Lega e persino Ncd (la scissione dell’atomo) hanno oscurato quelle pentastellate. E il calo di consensi del governo ha portato acqua al mulino della linea dura di opposizione radicale. Anche la black propaganda sull’inutilità di “dire sempre No” funziona sempre meno, con l’aumento degli italiani che dicono No a molte scelte di Renzi. E poi, con la felice trovata del Direttorio a cinque e la nuova strategia mediatica che non demonizza più le tv, si cominciano a notare anche i Sì dei 5Stelle: le proposte (in gran parte respinte) per una legge davvero anti-corruzione, e soprattutto per il reddito di cittadinanza, con tanto di copertura finanziaria “bollinata” dalla Ragioneria dello Stato, che costringe gli altri partiti a schierarsi e scredita chi vi si oppone. E aiuta M5S a scrollarsi di dosso quella fama di inaffidabilità non sempre infondata (provocazioni inutili, gaffe cacofoniche, ma anche il referendum per uscire dall’euro visto da molti come un salto nel buio), che ha impedito al movimento di fare breccia fra gli scontenti non estremisti.

Stupirsi per i 5Stelle al 21,3% significa poi dimenticare i loro due marchi di fabbrica: mentre i partiti seguitano a incassare soldi a destra e a manca, perlopiù di nascosto, M5S li restituisce; e non c’è scandalo che non smascheri ladri targati Pd, FI, Ncd, talvolta Lega, ma 5Stelle mai. Sventolare il fattore R come Riforme (e abbiamo visto quali) ha sempre portato sfiga, dalla Bicamerale in giù. Con questi chiari di luna, conta molto il fattore S come Soldi. E il fattore O come Onestà.

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